23.2.16

Recensione di Nicoletta Consentino



 
Non guardo più la tivvù
Dal 11/10/2009 al 22/11/2009

Se volessimo inquadrare Pierpaolo Limongelli in una corrente o in un movimento, potremmo senza indugi fare riferimento a Fluxus: non un vero movimento, né un gruppo codificato, nel quale però si identificano quegli artisti che, a partire dagli anni ’60, hanno cercato di abolire i confini fra artefice e pubblico e fra arte e vita, rivendicando l'intrinseca artisticità dei gesti più comuni ed elementari, e realizzando eventi o assemblaggi che traggono spunto e materie dal quotidiano.

I collage di Limongelli, che riutilizza immagini, materiali, ritagli, scarti di altri lavori per ricombinarli e ristrutturarli in un nuovo orizzonte, talvolta sorprendente, assumono una certa valenza sociale ed ambientale: sono opere “di riciclo”, contro lo spreco cui oggi il mondo è ormai abituato. Limongelli smembra e ricompone, ripensa, rifà, incolla, mette da parte, riprende in un secondo momento, lasciandosi trascinare da nuovi stimoli, scaturiti da un accostamento prima non pensato, dal particolare di una foto prima non notato, dalla rivista caduta per terra, dalla vecchia cartolina dimenticata in un cassetto. C’è una forte casualità nel suo lavoro,  e spesso è l’opera che, nel suo farsi, suggerisce all’artista quale elemento inserire, quale colore utilizzare.
Limongelli è sempre stato affascinato dalla possibilità di poter ridare senso e contenuto a cose ed oggetti che ormai hanno perso il loro significato originario, che non servono più e che così vengono a riacquistare una nuova “vita”: è il caso dei vecchi cd, presi a simbolo della musica o delle immagini che di solito contengono, i quali, ormai inutilizzabili, ben si prestano a diventare parte di un’opera nuova, diversa. La dimensione musicale è molto presente nel lavoro di Limongelli che, nato nel ’59, ha avuto modo di immergersi e nutrirsi di essa, subendo un’influenza profonda che riemerge oggi nelle sue opere: ed ecco, oltre ai cd, sagome antropomorfiche che contengono in sé i resti di uno spartito musicale, ma anche fotografie di cantanti famosi, contemporanei o che hanno fatto la storia della musica. Sono immagini riconoscibili da chiunque, ormai icone della società in cui viviamo, seriali, codificate, e per questo comunicano.
In ogni caso tutto, in Limongelli, è “comunicazione”: a partire dall’uso del colore, considerato quasi emozione da trasmettere. Il colore può essere sfondo o coprire parzialmente i ritagli e le carte che compongono l’opera, gli accostamenti possono essere armoniosi o dissonanti, ma sempre devono dare sensazioni, siano esse positive o meno.
Altro elemento importante e quasi sempre presente in questi lavori, caratterizzati da una sottile vena ironica sfociante dall’unione di titolo, colore, brani di immagini, è la parola scritta, che suggerisce e completa, a volte spiega l’opera, altre la rende più enigmatica, lasciando allo spettatore il compito di estrarre un significato da ciò che vede. La parola può essere aggiunta dall’artista, o trovarsi nelle sagome ritagliate: è un vedo/non vedo delle parole, finite ed infinite, che si lasciano completare ed interpretare. Chi guarda è spinto a cercare un nesso logico tra le lettere stampate che fanno capolino tra le forme e le forme stesse, può viaggiare con la fantasia, immaginare una storia, completarla, cercarne il filo conduttore, il senso “nascosto”, e tirarlo fuori, tirarsi fuori, ritrovare sé stesso.
E’ quest’interazione con l’opera, questo rapporto che può farsi intimo e personalissimo, che per Limongelli è più importante di tanti elogi. 

Nicoletta Consentino

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